Genova - Enzo Siviero

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GENOVA
PONTE MORANDI

Quel ponte non poteva crollare da solo, per questo valuto l’ipotesi esplosione. Chi parla male di Morandi parla senza sapere, dal 14 agosto gli ingegneri sono diventati 60 milioni. Demolire la parte che resta è una cosa assurda, sia dal punto di vista economico che sociale”
Lettera di Enzo Sivero a Mattarella e Governo
Al presidente della Repubblica Sergio Mattarella
Al presidente del Consiglio Conte
Ai vicepresidenti Di Maio e Salvini
Al ministro Toninelli
Al ministro Tria
Al ministro Bonisoli
Ai sottosegretari Mit Siri e Rixi
Al presidente della Liguria
Al sindaco di Genova

In queste settimane, come molti altri colleghi ingegneri e architetti, ho riflettuto a lungo sulla tragica vicenda del “Polcevera” e sul come affrontare il “dopo”.
Genova ha indubbiamente bisogno di ripristinare al più presto il collegamento “reciso”, riducendo al minimo i disagi.
Sono quindi arrivato al convincimento che procedere alla demolizione delle parti residue non sia affatto una scelta saggia! Anzi, molti come il sottoscritto, ritengono che questa scelta sia a dir poco non opportuna e comunque, non sufficientemente meditata.

Le recenti prese di posizione di INARCH, ma anche le petizioni in corso promosse dal Prof Antonino Saggio e dall’ing. Gabriele Camomilla, nonché il dibattito a livello internazionale, ne dimostrano la fondatezza. Sono quindi più che convinto che si debba partire con una valutazione tecnica sulla capacità resistente della parte restante del ponte e, ovviamente solo in caso di risultati positivi, si debba proseguire con un intervento volto a preservare l’esistente con un progetto di salvaguardia e “irrobustimento”delle componenti non crollate, per ridare ad esse una vita residua di almeno altri 100 anni.
Per la mia esperienza di una vita, accademica e professionale, ritengo che ciò sia tecnicamente possibile, in piena sicurezza e funzionalità, previa idonea campagna di indagini molto approfondite al fine di predisporre un progetto di assoluto livello.
In tal modo sarebbe infatti preservata un’opera, pur monca, che tutto il mondo ha storicamente ritenuto, e tutt'ora ritiene, essere un capolavoro di ingegneria e di architettura.
Ma ancor più importante è il fatto che così procedendo si eviterebbe una demolizione devastante anche dei numerosi edifici sottostanti, con evidenti vantaggi per gli abitanti che potrebbero rientrare nelle proprie case in tempi rapidi.
Contemporaneamente si dovrebbe anche progettare la parte da ricostruire avendo cura di far “sposare” nel migliore dei modi il nuovo con l’esistente. Per questo, fermo restando l’utilizzo dell’acciaio anche per ovvi motivi di velocità di esecuzione, più che ad un ponte strallato, sarebbe opportuno, a mio avviso, pensare ad un ponte più innovativo come quello “estradossato”, meno usato, ma forse più idoneo a richiamare in chiave attuale l’idea di Morandi che già prefigurava, anche se non in modo esplicito, questa tipologia. Basta riferirsi ad alcune opere del grande progettista svizzero Christian Menn, veri e propri esempi di altissima qualità progettuale.
A tal proposito, ho ritenuto di promuovere un’ipotesi progettuale elaborata da un gruppo di professionisti, ingegneri e architetti, coordinati da un giovane e brillante architetto, Alessandro Stocco. Proposta che va considerata come serio contributo al dibattito, nell'interesse della collettività. Ciò con l’auspicio che se ne possano valutare gli esiti anche in termini comparativi rispetto ad altre soluzioni fin qui prospettate, soprattutto all'interno di un quadro di riferimento che contempli i costi sociali e i benefici, in particolare valutati in relazione ai tempi.
Per parte mia, confido in un ripensamento complessivo delle decisioni finali anche all'insegna di una tradizione “pontificale” di cui l’Italia può e deve riferirsi in questa immane tragedia. Non va dimenticato infatti che tutto il mondo ci guarda! Grande è dunque la responsabilità che in questo tragico frangente il nostro Paese si sta assumendo.
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